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Film su manga e videogames: c’era una volta il trash anni Novanta

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E’ indubbio che, per chi come noi nato nella golden age italica del cartone animato giapponese e dell’home entertainment videoludico, i live action degli anni Novanta tratti da anime e videogames costituirono un’attrattiva densa di aspettative ed emozioni. Purtroppo, nella quasi totalità dei casi, a riguardar oggi ciò che nel furore esplosivo della pubertà ci ha cotanto incantato, rimaniamo alquanto delusi. Delusi certo di aver perso quel filtro infantile che deformava le percezioni in favore di un entusiasmo incontenibile proiettato verso il desiderio di affermazione, conoscenza e attestazione di un’identità fresca e genuina, quel senso di appartenenza che si prova nel gioire insieme delle stesse suggestioni provate nella sicura alcova della propria cameretta, tra un Super Nintendo ed una TV Combo. Crescere è doloroso e infame, questo è quanto. Ma essere adulti non significa certo aver perso le speranze, specie per chi ancor oggi rimane sul filo del rasoio tra realtà ed immaginazione; noi, splendidi borderline che si aggirano intorno alla boa dei quaranta ancora del tutto inconsapevoli che il mondo vero non è fatto di illusioni catodiche o cartacee bensì di una spigolosa realtà formata da strati e strati di sogni infranti. Il cinema derivativo da manga e videogiochi è dunque lo specchio impietoso che ci restituisce l’immagine più degradante di ciò che avevamo confuso con una straordinaria bellezza dal potenziale infinito. Ecco perché oggi ne parliamo: perché la consapevolezza è tutto, ma ricordarsi di quanto ci gasava quell’immane paccottiglia è perlomeno doveroso. Vorrei prendere in esame tre live action simbolici di un’era: Mortal Kombat, Crying Freeman e Battle Royale. Iniziamo dall’orrenda e altrettanto mitica produzione a stelle e strisce che più di ogni altra ci ha tolto il sonno attraverso la sua totale mancanza di stile e la poderosa inconsistenza: come rendere mitologica l’irragionevole mancanza di qualità. Mortal Kombat è uscito nelle sale italiane nel 1995, diretto da una granitica garanzia del cinema action di serie B: Paul W.S. Anderson. Chi ha sguazzato nei substrati culturali più biechi conosce a menadito l’opera di questo famigerato nome. Ebbene, grazie alla produzione – un vero abbaglio – della New Line Cinema, la realizzazione del lungometraggio si ritrovò per le mani un consistente budget che portò a due bizzarre soluzioni: l’abuso di CGI e la presenza scioccante di Christopher Lambert come guest emozionale nei panni del Dio del Tuono cinese Raiden. Mai scelte furono più scellerate. Se la sceneggiatura, del tutto avversa ai canoni della serie di videogiochi,è raccogliticcia e ai limiti della decenza, sono i dialoghi che sconfinano nel cringe raccapricciante, inanellando una serie di battutine involontarie – nella fattispecie quasi tutte destinate al nostro Highlander – che furono tanto infelici da ottenere come effetto collaterale l’eterna collocazione nel gotha delle citazioni più frequenti riproposte da noi casi umani durante le nostre rarefatte manifestazioni sociali, generando imbarazzo e pietà nei nostri interlocutori. Dallo “Scendi subito” di Scorpion all’indimenticabile applauso ironico di Raiden, dai versi incomprensibili della guardia di Shang-Tsung durante la sua preparazione al combattimento dimostrativo contro Sub-Zero fino al definitivo “Vittoria Sfolgorante” detto proprio dal perfido ed immortale stregone, esse rimangono tutte come vive rappresentazioni di quanto il tempo passi e sia cinico e beffardo. Ma l’Olimpo del trash non lo si raggiunge solo con frasi ridicole o con le quattro braccia del principe Goro attaccate con lo scotch, ci vuole qualcosa di più: una colonna sonora leggendaria. E cosa c’è di meglio (o di peggio) della pacchianata clamorosa fantasiosamente intitolata “Mortal Kombat Theme”, ad opera dei fumosi e sconosciuti “The Immortals feat. COMBO!” (ma chi diamine sono, ce lo chiediamo ancora oggi)? Ve lo dico io: NIENTE! Perché quella musica truzza tra la techno e il progressive, realizzata in cinque minuti con un PC dell’epoca, gasa ed esalta i cinque sensi più di un’iniezione di adrenocromo dritta nelle vene! E il testo, l’idea illuminata di utilizzare la voce di Shao-Kahn presa direttamente dai videogiochi, che enuncia ad uno ad uno i personaggi e infine si prodiga nello snocciolare parole prese a casaccio qua e là dall’iconografica narrazione dei combattimenti, è classe pura. “Liu Kang, Kano, Sonya, Johnny Cage, Rayden, Scorpion, Sub-Zero, AHAHAHAHAHAHAHH! MORTAL KOMBAAAAAAT!” “Outstanding, Super, Excellent”, sono terminologie ormai fissate nell’immaginario condiviso di una certa schiera di appassionati, parte di un linguaggio comune che restituisce oggi dignità all’onestamente brutto del nostro passato. Noi, esegeti dell’inutilità, devoti custodi di una fede composta di elementi del tutto dimenticabili e superflui che altrimenti si sgretolerebbero in polvere d’oblio. Ecco a cosa serve mantenere nel nostro database tutta questa quantità di ricordi-spazzatura: a tener viva la memoria, come vestali delle puttanate, di oscenità e meteore diventate mito solo perché tali. E, ripeto con sincerità, per fare una discreta figura da NERD e distinguersi durante le cene dove l’esercizio filosofico e filologico del “Ti sblocco un ricordo” è l’unica attività nella quale abbiamo qualche possibilità di eccellere. In pratica, se non ricordassimo le battute di Danko a memoria o l’esatta dinamica dei goal di Oliver Hatton, saremmo delle creature del tutto inutili. Ecco perché, là in fondo al cervello, tra gli scatoloni più ingialliti, c’è ancora una copia in VHS di Cryin Freeman. Mio dio che schifo. Pensare che pure all’epoca (siamo sempre nel lontano 1995) non mi piacque, anzi, fu proprio una visione ignobile. Visto una volta sola e vi giuro che non me lo ricordo: ho soltanto due flash impressi nella mente. Il primo raffigura la locandina pubblicizzata sul manga di Fatal Fury 2 (certo che ce l’avevo), tradotto e pubblicato dalla Granata Press. In un tono blu scuro che avrebbe dovuto in qualche modo evocare un misto di sensazioni tra il noir e la fantascienza, affiorava il faccione di Marc Dacascos (altra nota conoscenza per noialtri disperati e un emerito Signor Nessuno per tutti le persone normali) nella parte del povero vasaio Yo Hinomura che diventa implacabile sicario della mafia e della cui vita e morte si dipana la trama dell’aberrante pellicola, ancora una volta tristemente americana. Perchè tristemente? Perché il manga originale giapponese è bello! Eccome se è bello. Una storia seria, oscura, adulta e solida; ben scritto e disegnato in modo superbo. Il seinen (manga action incentrato sulla formazione e lo sviluppo di un giovane adulto) creato dal duo Kazuo Koike e Ryoichi Ikegami, uscito tra il ’91 e il ’93 per un totale di 17 volumi, fu un felicissimo esempio di come il fumetto nipponico potesse affrontare tematiche action, poliziesche e thriller senza fronzoli e con grande misura anche nell’uso della violenza; inoltre, la lettura risultava scorrevole e comprensibile anche ad un pubblico occidentale, nonostante la generosa quantità di riferimenti alla cultura orientale ai simboli e alle pratiche della mafia cinese e a tutta una serie di tradizioni proprie del Sol Levante. Ebbene, proprio per questi pregi che ne favorirono un notevole successo in USA, in quel di Los Angeles si pensò bene ad una produzione Live Action. Risultato: disastro. Perché solo il termine “disastro” riassume al meglio il secondo flash che è rimasto impigliato nei miei ricordi: un paio di scene di lotta coreografate da cani laddove Dacascos (onorevolmente senza controfigura) si prodiga in ridicole mosse prive di qualsiasi fondamento marziale, concatenate ad inseguimenti e sparatorie dove l’abuso di proiettili e automobili è controllato solo dall’esiguo budget disponibile. Capite che dramma? Se poi vogliamo guarnire la torta della vergogna con effetti visivi che oscillano tra il blu della locandina e una serie di sovrapposizioni di fiamme sui continui e frastornanti primi piani di Dacascos, arriviamo alla ciliegina sulla torta che definisce in modo incontrovertibile il film come, appunto, “disastro”: la storia d’amore con Emu O’Hara (che nel manga non esiste), interpretata da Julie Condra, raccapricciante starlette capace a recitare come una sedia. Storia d’amore così profonda che il pathos e la passione sbocciati sul set furono tali da portare davvero Dacascos e la Condra a sposarsi. Evviva l’amore. Poi non dite che noi nerd non abbiamo argomenti di discussione validi e coinvolgenti! Chi non vorrebbe conoscere questi retroscena gossippari di fatti avvenuti 26 anni fa tra due attori che nessuno conosce? Concludiamo con una prova tangibile di quel che abbiamo teorizzato circa il fatto che rivivere certe emozioni della nostra adolescenza oggi ci avvilisca e ci deluda più che mai: Battle Royale. E’ un’ottima pietra di paragone poiché in questo caso il processo di digestione di tale film è stato inverso: ne ho sentito parlare tantissimo quando ero ragazzino ma sono riuscito a vederlo soltanto un paio di anni fa. Qui la cocente amarezza è bella fresca. Già, perché il romanzo capolavoro di Koushun Takami fu portato sul grande schermo da Kinji Fukasaku, uno dei più grandi cineasti giapponesi, e il film che ne risultò fu considerato, a suo tempo, una roba epocale. Al tempo internet non era ancora così fruibile come oggi e venire in possesso di un prodotto così alternativo e di nicchia non era semplice: fu così che attorno a Battle Royale venne a crearsi una sorta di urban legend nostrana. Nel periodo Comics circolavano masterizzazioni su cd-rom fatte dagli abusivi, alcuni lo trovavano in vhs di importazione, magari sottotilato, ecc. E io sentivo tutti questi grandi esperti o fortunati “iniziati” che osannavano il film parlandone in termini glorificatori: “meglio de Il Signore delle Mosche”; “mai visto un film così estremo”; “violentissimo e crudissimo”; “La metafora della vita”; “Significato profondissimo”; “Takeshi Kitano è strepitoso”… Capite bene quanta Hype si fosse sviluppata attorno a questo stramaledetto Battle Royale. Poi si cresce, la fotta del cinema giapponese finisce, gli amici si fidanzano, si trova lavoro e del mitologico film con Beat Takeshi nessuno se ne interessa più. Battle Royale va nel dimenticatoio proprio nello stesso periodo in cui viene doppiato in italiano e pubblicato per il nostro mercato in DVD. Ma a quel punto chi se ne fregava più? Passano diciott’anni e una sera, con un amico con cui abbiamo condiviso suggestioni e percorsi analoghi, siamo seduti sul divano alla ricerca di un filmetto da vedere per passare un paio d’ore. Arriva in nostro soccorso l’abusata pratica del “rispolverare” robe che avremmo dovuto vedere milioni di anni fa ma delle quali poi abbiamo perso l’occasione, ed eccolo lì che riaffiora come un cadavere nel Mississippi: Battle Royale!  “No! Dai, te lo ricordi? Bisognava vederlo! Ma quello che tutti dicevano che era un capolavoro?” Press play e ci guardiamo due ore e mezzo di rottura di palle atroce, un supplizio. Recitato da far accapponare la pelle, imbarazzante, debolissimo, ignobile, futile e del tutto senza spessore. Una cagata pazzesca. E la delusione generazionale è servita.

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