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Il Grande Freddo – Riflessioni sul cinema del Brat Pack

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Fu chiamato Brat Pack a causa della solita tendenza dei giornali americani a far giochetti di parole con reminiscenze derivative. Tratto dall’originale Rat Pack, il “clan” di Sinatra con Sammy Davis Jr. e Dean Martin, il gruppo di “ragazzi d’oro” del cinema anni Ottanta vide la luce grazie alle brillanti intuizioni generazionali di registi e intellettuali a dir poco visionari come Lawrence Kasdan, Joel Schumacher e John Hughes. Hughes soprattutto, scrittore abilissimo nel ricreare un immaginario narrativo che al meglio riassumesse le tendenze giovanili dell’epoca, seppe incidere nella sacra pietra del cult dialoghi memorabili, figli dell’incomprensione genitori-figli e di una contemporaneità no wave, si potrebbe dire in aperta negazione con il reaganiano consenso del cinema d’azione coevo di queste brillanti commedie. Perché di film stiamo parlando, di una grande epoca di cinema che ha rivoluzionato un intero decennio senza cadere nel kitsch, ma rimanendo misurato e riuscendo nell’intento di donare dinamismo alle immagini tramite le emozioni anziché le esplosioni di macchine. Il Brat Pack, dunque, che cos’era? Possiamo dire che fosse la linfa vitale di questo movimento cinematografico. Una selezione di attori giovani e intensi, belli e potenti, ribelli e sfrontati, spontanei e talentuosi, che seppero ricreare le loro stesse turbe dietro ad una sapiente guida alla macchina da presa. Matthew Broderick, Robert Downey Jr., Judd Nelson, Emilio Estevez, Anthony Michael Hall, Molly Ringwald, Mia Sara, Demi Moore, Rob Lowe, Kevin Bacon e tanti altri “satelliti” che vi gravitavano attorno, attraverso l’abile occhio di altri grandi registi che colsero l’urgenza e la rilevanza di trattare argomenti del genere, come lo stesso Francis Ford Coppola che in Rusty il Selvaggio ha “corrotto” lo spirito benevolo delle commedie del Brat Pack, ponendo quesiti più dolorosi e apponendo l’accento grave sulla giovinezza, mediante l’uso di ragazzi altrettanto brillanti come Matt Dillon e Nicolas Cage. La lista delle produzioni collaterali al fenomeno del Brat Pack non finisce di certo, se guardiamo alla maggiore maturità drammatica di pellicole successive, ispirate al movimento iniziale, che affrontano però tematiche più dure come l’abuso di droghe, la violenza domestica e l’iniziazione al crimine come via d’uscita da un quotidiano disperato: parliamo di film come Belli e Dannati di Gus Van Sant e Vivere in Fuga di Sidney Lumet, dove a mettere mano alle problematiche giovanili arrivano anche registi apparentemente distanti dal tema, grandissimi nomi che donano la propria arte al servizio di un fenomeno che è certo sottocultura ma anche questione sociale, raccontando l’inizio della fine del millennio con lo sguardo disagiato di una generazione ormai perduta, in concomitanza con l’avvento della musica Grunge. E qui gli attori sono più disillusi e carichi di pathos, come un giovanissimo Keanu Reeves, i primi Brad Pitt e Johnny Depp e certamente il simbolo più luminoso della schiera: River Phoenix. Il Ragazzo Favoloso che si è immedesimato nei personaggi interpretati fino all’atto estremo: la morte. Lui, che a vent’anni ha lasciato questo mondo per un’overdose, sobbalzato delle montagne russe del successo. Anche questo è cinema, anche questa è analisi disillusa della società attraverso una macchina dei sogni che ogni tanto si inceppa e diventa dispensatrice di incubi. Ma torniamo agli anni Ottanta, quando la leggerezza – nonostante tutto – aveva ancora il sopravvento sugli altri sentimenti. E torniamo a quando tutto è cominciato: correva l’anno 1983 e nelle sale cinematografiche esce “Il Grande Freddo” di Kasdan. In questo caso gli attori sono più maturi e rappresentano degli ultra trentenni che si ritrovano dopo vent’anni dalla fine del liceo. Qui l’ex gruppo di grandi amici fa i conti con la gelida temperatura dell’età adulta, in un epico scontro passivo/aggressivo tra il tempo che inesorabile passa e i sogni che si sono, ad uno ad uno, infranti. Antichi amori tornano a galla in un disperato tentativo di arginare l’evolversi della vita e sotterranei attriti si affacciano di nuovo a minare la fiducia di una promessa di amicizia eterna che purtroppo si rivela, senza colpe di nessuno, impossibile da mantenere. Nel suo cuore drammatico e soffocante, il film riluce però di una brillantezza e di un ritmo che sconvolgono il pubblico. La gente si immedesima in queste scene, le persone impazziscono per le frasi – iconiche e complesse – che caratterizzano i personaggi. E’ una questione di dinamismo e la commedia, quando possiede contenuti drammatici, diventa un capolavoro. John Hughes, estimatore di Kasdan e del suo lavoro di ricerca antropologica, ne comprende il potenziale firmando una serie di pellicole che attraversano il cuore degli adolescenti e dei giovani come una freccia di Cupido. Nascono film non solo per nostalgici del sessantotto, ma per affamati ragazzi che vogliono una loro personale epoca, un proprio riconoscimento, qualcosa che affermi il loro senso di appartenenza: sono i teenagers degli anni ottanta ed essi sentono di valere tanto quanto i “matusa” rappresentati fino ad ora sul grande schermo. Come trovare storie? Come ispirarsi? Non è cosa facile ma nemmeno impossibile. L’importante è l’equilibrio, il giusto mix, senza cadere nel demenziale o nella fantascienza o peggio ancora nell’horror slasher, questi fino ad ora gli unici generi cinematografici destinati ai giovani con protagonisti giovani. Ed ecco che “Il Grande Freddo” sarà fonte di ispirazione per tutto e tutti. Resta da trovare un gruppo di attori di età credibile, esordienti e maledettamente bravi. Niente di più facile; caso vuole che la fucina di Hollywood partorisca continuamente talenti favolosi mediante un nuovo metodo, decisamente anni Ottanta: gli spot pubblicitari. E’ qui che i registi vanno a pescare i componenti del roster che a breve diverrà il Brat Pack. Videoclip, commercial, cortometraggi: il nuovo linguaggio visivo fomattato per la tv e per i tempi sempre più veloci della vita odierna impone figure giovanili, dinamiche e leggere. La ricetta perfetta è servita. I ragazzi del Brat Pack incorniceranno personaggi e storie che rimarranno per sempre nel mito e che oggi, a distanza di più di trent’anni, suggeriscono con ambiziosa semplicità e un garbo inusitato la lezione di un periodo fecondo che altrimenti sarebbe bollato dallo stigma della volgarità e della vuotezza. Un esempio su tutti è l’epocale “Breakfast Club”, proprio di John Hughes. Qui, un gruppetto di liceali eterogeneo per estrazione sociale e carattere viene trattenuto a scuola di sabato per punizione, da scontare scrivendo un tema davanti al severo e caricaturale sguardo di un professore “stronzo” nel vero senso della parola. Ogni ragazzo ha la sua personale storia che lo ha portato ad infrangere le regole dell’istituto; inizialmente c’è silenzio, un gelido mutismo fatto di posizioni assurde e punti presi che si definisce mancanza di comunicazione. Una sgradevole sensazione di imbarazzo che coglie anche lo spettatore e lo riporta ai tempi in cui vacillava il dialogo con i genitori, l’integrazione con i compagni era difficile e i professori parevano vivere in un universo lontano anni luce dalla mentalità di un giovane. L’unione forzata, col passare delle ore, opera però una svolta che avvicina i ragazzi e che li porta a solidarizzare, arrivando a comprendere come siano simili nei panni dei prigionieri dell’esistenza. Essi scoprono di somigliarsi e di condividere nei tratti caratteriali la stessa rabbia, il medesimo senso di oppressione ed è così che gli animi si scaldano e gli attriti emergono dando vita a memorabili dialoghi e scontri che portano inevitabilmente allo spaventoso confronto che rende, di volta in volta, più grandi e maturi. Sono adolescenti fragili che nelle ultime ore diventano amici veri, accomunati dal terrore che provano verso il futuro. E la nebbia si dissipa manifestando le abbaglianti luci dell’amore e della fraterna cooperazione. Una leggenda, un must, un film che regala emozioni e che per sempre sarà di enorme aiuto alla comprensione di una generazione. Tutto torna di moda, è vero, e nel nuovo millennio la tendenza degli Anni Ottanta è un amarcord d’impatto, che pare funzionare e reggere bene l’alternarsi di trend più o meno ridicoli, ma un dato è certo: qui non si parla di di manie temporanee da copertina, siamo bensì di fronte ad una serie di film densi di contenuti, mentalmente aperti e mirabilmente sopravvissuti alla rovina del tempo. Nel cinema del Brat Pack si parla di adolescenza, rabbia, antagonismo, vita e morte; si affrontano temi forti con il piglio di chi è ancora in grado di sognare il proprio futuro. C’è disillusione nell’illusione, c’è un quotidiano fatto di scuola, allenamenti, litigi e famiglia. Ma soprattutto si parla d’amore e l’amore, si sa, è un linguaggio universale. Disubbidienza e ceto medio, borghesia e nobiltà, imbarazzi e condivisione: questo è il cinema di Kasdan, di Hughes, del “Grande Freddo” che inesorabile raggiunge tutti quando ci affacciamo all’età adulta. La missione è quella di non farci mai dimenticare il nostro io adolescente, le nostre ambizioni e il tormento romantico che è l’unico strumento che ci tiene in vita.

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