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The Walking Dead – Diciamoci la verità

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Con The Walking Dead, Robert Kirkman trae brillantemente ispirazione cannibalizzando l’opera di King e il cinema di mostri sacri come Romero e Friedkin, ponendo uno sguardo alternativo, disagiato e grunge che si rifà alla British invasion dei primi anni novanta. Il risultato è un mix ben riuscito ed amalgamato che strizza l’occhio ai giovani così come ai nostalgici e che si fa ben volere e digerire dagli showrunner americani, ai quali mancava disperatamente il tema zombie per le loro serie TV. Eccoli serviti: il mashup senza fronzoli, essenziale e, in tutta onestà, senza background e spiegazioni di The Walking Dead è stato, nel preciso momento storico, a dir poco perfetto. E tendenza è fatta. Il trend è tracciato, la zombie mania è tornata e per una decina d’anni ha monopolizzato gran parte dell’attenzione mediatica da parte di fan e addetti ai lavori. Complice una realizzazione televisiva davvero notevole, il fumetto di Kirkman rappresenta un paradosso: un’opera incompleta, in corso d’opera, francamente non tra le più belle, anzi, potremmo proprio dire banale e senza spessore, che si allinea al gusto cotto e mangiato, ingordo e facilone dell’utente binge watcher odierno. Violenza, vicende che si susseguono rapide e senza filo logico, un sacco di rimandi e citazioni, linee narrative ammezzate in centinaia di crossover per sollazzare curiosità e suspence, orde di zombie deficienti che NON rappresentano il fulcro della vicenda ma ci sono così, perché sì, come se fosse normale; inoltre personaggi ammiccanti, macchiette americane effettivamente riuscitissime, dove ogni nerd made in Usa si possa rappresentare al meglio, e infine quel tocco on the road da esodo dei disperati – la lunga marcia tra il biblico puritanesimo e il Kerouac beat generation – che crea l’escamotage contenutistico culturale della ricerca di sé come futuro della nuova umanità. Davvero azzeccato, ma non ci freghi, caro Kirkman. Tutto suona già detto, già letto e già fatto. Anche il disegno e il tratto, che nelle serie TV mancano, sono ruffiani: tra il punk e l’androgino, questa ostentazione alternative di un disegno strampalato e allucinogeno potranno sorprendere i ragazzi che nel 2010 avevano 15 anni, ma non chi ha conosciuto Druillet o le copertine dei Grateful Dead. La California non ringrazia, anzi si limita ad osservare questa fricchettonata astuta con l’occhio di Hollywood che, si sa, allunga le mani laddove si intravedono tanti dollaroni. E Kirkman si è venduto da dio. Peccato per la serie TV Outcast, tratta dal vero fumetto bello di Kirkman, che si è un po’ persa nei meandri della sconfinata e ormai sovradimensionata proposta telefilmica internazionale, nel labirinto virtuale delle altrettanto innumerevoli piattaforme streaming, scommesse più o meno azzardate.

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